Sempre meglio lavorare
di Marco Severo
Marco Severo · 2018
Descrizione
Era l'estate del 2005, internet esisteva da anni e i social network si apprestavano a cambiare le regole della comunicazione. Eppure, quella mattina, la confraternita della macchina da scrivere marciava senza esitare, legione di piombo e acciaio, verso il grande magnete della scuola di giornalismo, piena di fede nella celebre frase di Barzini: fare i giornalisti «è sempre meglio che lavorare».
È quasi il tramonto e sta per piovere. In giro per la città, smarrito e alla ricerca di una libertà che pensava più facile, il portalettere di una oscura società di recapito gestita da due individui che tutti chiamano La Pratica e il Teorico, ha ancora un mucchio di posta da consegnare. Angelo, giornalista per formazione e postino per necessità, deve riconoscere d’aver commesso un errore ad abbandonare la sua precedente occupazione, collaboratore precario di un quotidiano online. In fondo, la capo della redazione quando diceva «non vi ha ordinato il medico di fare i giornalisti» non poteva sapere che a lui, davvero, un medico aveva ordinato di fare il giornalista.
Pensato come un racconto sul precariato nel settore dell’informazione, intrecciato con un reportage dagli uffici di una misteriosa agenzia postale, il libro non è solo uno sconsolato lamento sulla società del lavoro flessibile, ma anche un diario sui sogni delusi di quanti sono diventati adulti mentre il mondo intraprendeva radicali trasformazioni. E per i quali, forse, più che un romanzo di formazione – quale quest’opera potrebbe essere – si addice un romanzo di “deformazione”.
È quasi il tramonto e sta per piovere. In giro per la città, smarrito e alla ricerca di una libertà che pensava più facile, il portalettere di una oscura società di recapito gestita da due individui che tutti chiamano La Pratica e il Teorico, ha ancora un mucchio di posta da consegnare. Angelo, giornalista per formazione e postino per necessità, deve riconoscere d’aver commesso un errore ad abbandonare la sua precedente occupazione, collaboratore precario di un quotidiano online. In fondo, la capo della redazione quando diceva «non vi ha ordinato il medico di fare i giornalisti» non poteva sapere che a lui, davvero, un medico aveva ordinato di fare il giornalista.
Pensato come un racconto sul precariato nel settore dell’informazione, intrecciato con un reportage dagli uffici di una misteriosa agenzia postale, il libro non è solo uno sconsolato lamento sulla società del lavoro flessibile, ma anche un diario sui sogni delusi di quanti sono diventati adulti mentre il mondo intraprendeva radicali trasformazioni. E per i quali, forse, più che un romanzo di formazione – quale quest’opera potrebbe essere – si addice un romanzo di “deformazione”.
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