Prigioniero in culla
AnimaMundi Edizioni · 2026
Descrizione
La poetica di Christian Bobin nasce in una città, Le Creusot, dall’anima metallica. È in uno spazio greve, una capitale industriale, che lo sguardo del poeta si allena alla contemplazione: “È proprio perché non c’è niente da vedere che gli occhi cominciano ad aprirsi”, scrive.
"Prigioniero in culla" è un vertiginoso viaggio nell’infanzia dell’autore che genera una profonda eco nell’infanzia di tutti noi. Christian Bobin ci racconta in modo minuzioso come ha vissuto fin dai suoi primi anni di vita, dove è sorta la sua urgenza di scrivere: “Era nello scintillio delle parole vere che scoprivo un’altra possibile vita, nascosta dentro questa”.
«Sono stato solo per duemila anni, il tempo dell’infanzia. Nessuno è responsabile di quella solitudine. Bevevo silenzi, mangiavo cieli blu. Aspettavo. Tra il mondo e me si ergeva un bastione davanti al quale un angelo montava la guardia, stringendo nella mano sinistra un fiore di ortensia, come una palla di neve blu. In quei duemila anni di prigionia ho interrogato molti libri. Leggevo, così come all’estero si apre una cartina per identificare il punto dove ci si trova, prima di cercare il punto dove andare. Non sapevo dov’ero. Le Creusot non era il nome di una città, ma di un’attesa. Il tempo mi ficcava un pugno in gola, e lentamente mi soffocava. La mia astuzia consisteva nel lasciarmi morire, senza far altro che guardare dalla finestra il blu
delle catastrofi. Ancora oggi ricordo la luce sfilacciata di quei giorni, più degli eventi della mia stessa vita.»
"Prigioniero in culla" è un vertiginoso viaggio nell’infanzia dell’autore che genera una profonda eco nell’infanzia di tutti noi. Christian Bobin ci racconta in modo minuzioso come ha vissuto fin dai suoi primi anni di vita, dove è sorta la sua urgenza di scrivere: “Era nello scintillio delle parole vere che scoprivo un’altra possibile vita, nascosta dentro questa”.
«Sono stato solo per duemila anni, il tempo dell’infanzia. Nessuno è responsabile di quella solitudine. Bevevo silenzi, mangiavo cieli blu. Aspettavo. Tra il mondo e me si ergeva un bastione davanti al quale un angelo montava la guardia, stringendo nella mano sinistra un fiore di ortensia, come una palla di neve blu. In quei duemila anni di prigionia ho interrogato molti libri. Leggevo, così come all’estero si apre una cartina per identificare il punto dove ci si trova, prima di cercare il punto dove andare. Non sapevo dov’ero. Le Creusot non era il nome di una città, ma di un’attesa. Il tempo mi ficcava un pugno in gola, e lentamente mi soffocava. La mia astuzia consisteva nel lasciarmi morire, senza far altro che guardare dalla finestra il blu
delle catastrofi. Ancora oggi ricordo la luce sfilacciata di quei giorni, più degli eventi della mia stessa vita.»
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