Nel baratro (il paese dove il sacrestano mangiò tutto il caviale)

di Anton Čechov

Bruno Osimo · 2026

Descrizione

«Il paese di Ukléevo era in un baratro, tanto che dalla strada e dalla stazione della ferrovia erano visibili solo il campanile e le ciminiere delle fabbriche di cinz stampato. Quando i passanti domandavano che paese fosse, gli dicevano: "È quello dove il sacrestano ai funerali s'è mangiato tutto il caviale".»
Così comincia Nel baratro, uno dei racconti più cupi e potenti di Anton Čechov. Pubblicato nel 1899, è un affresco spietato della vita nella Russia profonda, dove l'avidità, la violenza e la sopraffazione si annidano dietro le apparenze di una prosperità borghese.
Al centro della storia c'è la famiglia Cybùkin, commercianti arricchiti del villaggio di Ukléevo. Il vecchio Grigórij Petróvič spaccia vodka clandestinamente, presta denaro a usura, imbroglia i contadini. Ma il vero demonio della famiglia è la nuora Aksìn'â, una donna bellissima e spietata, descritta da Čechov con immagini serpentine: «verde, col petto giallo, col sorriso, guardava come dalla segale giovane in primavera guarda i passanti una vipera».
Il racconto segue il destino di Lìpa, una ragazza povera e mansueta, sposata per convenienza al figlio maggiore Anìsim, un investigatore corrotto che finirà ai lavori forzati per falsificazione di moneta. Lìpa è l'innocente che paga il prezzo più alto: il suo bambino Nikìfor, unico raggio di luce nella tenebra del villaggio, verrà ucciso con acqua bollente dalla stessa Aksìn'â, in una scena che ancora oggi sconvolge per la sua crudeltà asciutta e implacabile.
Nel baratro è un racconto sulla Russia che non cambia, sulla famiglia che diventa gabbia, sulla proprietà che diventa idolo, sull'innocenza che viene schiacciata. Čechov non concede sconti a nessuno: né ai ricchi che sfruttano i poveri, né ai poveri che sognano di diventare ricchi, né ai contadini che subiscono in silenzio. La sua scrittura è chirurgica, priva di giudizi morali espliciti, ma proprio per questo ancora più devastante.
Sullo sfondo, il villaggio di Ukléevo è un personaggio a sé: le fabbriche di cinz stampato che avvelenano l'aria, le rane che gracidano «Nel baratro cadrai!», il cuculo che deride Lìpa mentre porta a casa il corpo del figlio morto, la nebbia che sale dal fiume come un abisso senza fondo. Un mondo chiuso, immobile, in cui l'unica via d'uscita è la morte o la rassegnazione.
Eppure, in questo quadro desolato, Čechov lascia spazio a un barlume di umanità: l'anziano appaltatore Stanga, che giudica gli uomini dalla loro solidità e dalla loro capacità di sopportare; il vecchio contadino incontrato da Lìpa di notte, che le dice: «Il tuo dolore non è un dolore così grande. La vita è lunga – avrai ancora del bene e del male, avrai di tutto. È grande la madre Russia!»; e infine Lìpa stessa, che dopo tutto torna a camminare, a cantare, a inchinarsi al suocero malato offrendogli un pezzo di torta con la kaša.
Questa edizione è stata realizzata da Bruno Osimo, traduttore e curatore di numerosi classici russi. La traduzione è filologica e fedele al testo originale, accompagnata da un ricco apparato di note che chiariscono i riferimenti culturali, le espressioni gergali e i realia della Russia di fine Ottocento. Il volume fa parte della collana di opere di Čechov curate da Osimo, che includono capolavori come Il giardino dei ciliegiDama con cagnolino e Zio Vanja.
Nel baratro è un racconto che non si dimentica. Una lettura necessaria per chi vuole comprendere la Russia di Čechov, ma anche per chi cerca uno specchio delle ingiustizie e delle violenze che ancora oggi segnano il nostro mondo.
Perché il male più grande non è quello che si vede, ma quello che si è imparato a non vedere più.
Anton Pavlovič Čechov (1860-1904) è stato uno dei più grandi scrittori e drammaturghi della letteratura mondiale. Medico di professione, ha saputo coniugare la precisione clinica dell'osservazione con una profonda compassione per le sue creature. I suoi racconti e i suoi drammi hanno rivoluzionato la narrativa e il teatro del Novecento, influenzando autori come Joyce, Hemingway, Beckett e Virginia Woolf.
Questo, tra gli ultimi racconti di Čechov, è considerato il più significativo tra le centinaia di opere di questio genere testuale prodotte da Anton Pavlovič. Nabokov gli ha dedicato un lungo saggio nelle sue celebri lezioni di letteratura russa. Il baratro metaforico del titolo è un baratro morale prima ancora che geografico. Al suo interno, nel paese immaginario di Ukléevo, si consumano nefandezze di vario genere, senza che questo scalfisca la coscienza dei commercianti protagonisti della storia. Profondamente poetico, anche qui come spesso nel Čechov maturo la natura, gli uccelli, il sole, le stagioni, i versi delle rane hanno un valore simbolico sottile.

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