NO al sostegno, SI all'autoapprendimento educativo
Cesarino Marchioro · 2020
Descrizione
NO al sostegno, SI alla personalizzazione dell’insegnamento.
E’ un invito ad una profonda rivoluzione culturale che, lontana da ogni tentazione antropocentrica e dalle certezze legate al potere o alle leggi o al primato della scienza e della tecnologia, ridia il giusto valore all’atto educativo. Una prassi profondamente umana centrata su maestri di vita che con amore altruistico sanno fungere da esempio e stimolo alla materializzazione del processo autoformativo. Un processo fondato sulla mitezza, sulla capacità dello stupirsi, sull’importanza del dubbio e sulla relatività del sapere che umilmente attualizza quanto affermato da Albert Einstein: “Non insegno mai nulla ai miei allievi. Cerco solo di metterli nelle condizioni di poter imparare.”. Cedere alla lusinga di sentirsi onnipotenti, ergendosi a giudici o maestri del prossimo, in nome della conoscenza asservita ai poteri dell’organizzazione sociale, è indice di miopia e dabbenaggine, soprattutto nei confronti dei piccoli o dei più svantaggiati.
Dobbiamo essere consapevoli che tutti siamo portatori di handicaps più o meno gravi, nel contesto di una condizione di estrema precarietà, ciò associato al fardello dell’ignoranza e della supponenza, induce, spesso, a fare fatica perfino a conoscere se stessi. I naturali limiti individuali, fisici o intellettivi, vanno accettati e gestiti, non con le certificazioni o con le disposizioni organizzative e fintamente razionali, supportate da una falsa e strumentale istruzione, ma con momenti di intelligente affiancamento che stimolino le innate potenzialità soggettive dei discenti attraverso una gratificante, amorevole e libera educazione come sempre suggerito dai grandi pedagogisti.
L’abbaglio di credere che una persona sia stimolata a crescere solo se imbottita di nozioni od imposizioni, magari tramite un momento scolastico con un rapporto 1 a 1, ossia un docente per ogni alunno, sminuiscono la centralità del libero autoapprendimento e delle relazioni che si attivano nel gruppo classe o dei coetanei, ed ingenera l’illusione che l’insegnare sia sinonimo di educare.
E’ un invito ad una profonda rivoluzione culturale che, lontana da ogni tentazione antropocentrica e dalle certezze legate al potere o alle leggi o al primato della scienza e della tecnologia, ridia il giusto valore all’atto educativo. Una prassi profondamente umana centrata su maestri di vita che con amore altruistico sanno fungere da esempio e stimolo alla materializzazione del processo autoformativo. Un processo fondato sulla mitezza, sulla capacità dello stupirsi, sull’importanza del dubbio e sulla relatività del sapere che umilmente attualizza quanto affermato da Albert Einstein: “Non insegno mai nulla ai miei allievi. Cerco solo di metterli nelle condizioni di poter imparare.”. Cedere alla lusinga di sentirsi onnipotenti, ergendosi a giudici o maestri del prossimo, in nome della conoscenza asservita ai poteri dell’organizzazione sociale, è indice di miopia e dabbenaggine, soprattutto nei confronti dei piccoli o dei più svantaggiati.
Dobbiamo essere consapevoli che tutti siamo portatori di handicaps più o meno gravi, nel contesto di una condizione di estrema precarietà, ciò associato al fardello dell’ignoranza e della supponenza, induce, spesso, a fare fatica perfino a conoscere se stessi. I naturali limiti individuali, fisici o intellettivi, vanno accettati e gestiti, non con le certificazioni o con le disposizioni organizzative e fintamente razionali, supportate da una falsa e strumentale istruzione, ma con momenti di intelligente affiancamento che stimolino le innate potenzialità soggettive dei discenti attraverso una gratificante, amorevole e libera educazione come sempre suggerito dai grandi pedagogisti.
L’abbaglio di credere che una persona sia stimolata a crescere solo se imbottita di nozioni od imposizioni, magari tramite un momento scolastico con un rapporto 1 a 1, ossia un docente per ogni alunno, sminuiscono la centralità del libero autoapprendimento e delle relazioni che si attivano nel gruppo classe o dei coetanei, ed ingenera l’illusione che l’insegnare sia sinonimo di educare.
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