La Principessa diventata Regina
Claudio Cantore · 2013
Descrizione
Racconto romanzato di tre donne, di tre generazioni ed epoche differenti, di tre storie collegate con un sottile filo rosso di un segreto, tramandato e infine svelato.
Maria Vittoria:
«Mi fecero anche uno stupendo abito da regina, che indossai all’arrivo, in modo da prendere ufficialmente l’onore della corona. Scrissi al parroco di Reano, il caro don Ferrero, che quel mio abito sarà donato alla parrocchia, alla mia chiesa, per farne un Santo Paramento, almeno la gloria del vestito non sarà vana.»
Nonna Odilia:
«Sì, aveva anche i capelli rossicci, ma erano un tantino sporchi e sembravano castani, coperti con un berretto di lana… grigio, o forse di altro colore quando era nuovo; occhi profondi, celesti, che mi hanno colpita dal primo sguardo, uno sguardo che trasmetteva sì tristezza, per cose orribili viste, ma che la giovinezza voleva riscattare. Anche lui era stato sicuramente colpito dalla mia giovane età e dal vestito portato. Quel ragazzino appena diciannovenne, con una sigaretta in bocca e il mitra in spalla, due bombe a mano e una pistola appese alla cintola, con le scarpe rotte, ma con tanta voglia di vivere, era tuo nonno, Lucio Amprino.»
Vittoria Calligari:
«Io ora sono qua, sul bastione principale, con il vento che mi soffia nei capelli in direzione del mare, il mare azzurro che abbraccia la terra ed il cielo celeste, con una linea d’orizzonte che separa, ma sembra unire i due elementi. I gabbiani che restano immobili controvento schernendo noi umani che non siamo capaci di volare come loro, senza fatica, cambiando solo poco il profilo delle loro ali, per meglio spostarsi.
La nave che carica di container si allontana dal porto per puntare in una lontana e sconosciuta destinazione.»
Maria Vittoria:
«Mi fecero anche uno stupendo abito da regina, che indossai all’arrivo, in modo da prendere ufficialmente l’onore della corona. Scrissi al parroco di Reano, il caro don Ferrero, che quel mio abito sarà donato alla parrocchia, alla mia chiesa, per farne un Santo Paramento, almeno la gloria del vestito non sarà vana.»
Nonna Odilia:
«Sì, aveva anche i capelli rossicci, ma erano un tantino sporchi e sembravano castani, coperti con un berretto di lana… grigio, o forse di altro colore quando era nuovo; occhi profondi, celesti, che mi hanno colpita dal primo sguardo, uno sguardo che trasmetteva sì tristezza, per cose orribili viste, ma che la giovinezza voleva riscattare. Anche lui era stato sicuramente colpito dalla mia giovane età e dal vestito portato. Quel ragazzino appena diciannovenne, con una sigaretta in bocca e il mitra in spalla, due bombe a mano e una pistola appese alla cintola, con le scarpe rotte, ma con tanta voglia di vivere, era tuo nonno, Lucio Amprino.»
Vittoria Calligari:
«Io ora sono qua, sul bastione principale, con il vento che mi soffia nei capelli in direzione del mare, il mare azzurro che abbraccia la terra ed il cielo celeste, con una linea d’orizzonte che separa, ma sembra unire i due elementi. I gabbiani che restano immobili controvento schernendo noi umani che non siamo capaci di volare come loro, senza fatica, cambiando solo poco il profilo delle loro ali, per meglio spostarsi.
La nave che carica di container si allontana dal porto per puntare in una lontana e sconosciuta destinazione.»
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