RUR
di Kateřina Čupová, Karel Čapek
Miraggi Edizioni · 2022
Descrizione
RUR Rossum’s Universal Robots è originariamente il testo teatrale che, nel 1920, introduce nella cultura mondiale il termine “robot”. La storia, una delle prime distopie del XX secolo, racconta le tragiche conseguenze innescate dalla creazione di un uomo artificiale, organico ma apparentemente privo di quelle caratteristiche che rendono l’uomo debole e fallibile, come i sentimenti, i bisogni e il libero arbitrio – in una parola, l’anima. Tuttavia nessuna creatura può essere radicalmente diversa dal suo creatore e i robot di Karel Čapek, prodotti come beni di consumo per sollevare gli esseri umani dalle fatiche del lavoro fisico, sanno essere solidali tra loro, ribelli e violenti come gli uomini che li hanno costruiti. Nella storia di RUR si riflettono le grandi paure del Novecento di fronte all’avanzata del totalitarismo bolscevico, della vertiginosa corsa del progresso tecnico-scientifico, della disumanizzazione delle masse e delle ingiustizie sociali del capitalismo industriale. RUR è un «ammonimento alla società tecnologica, perché si avveda in tempo del baratro in cui sta precipitando». Di questo nobile fine letterario e sociale, tuttavia, rimarranno nella cultura di massa solo la parola “robot” e la spettacolarizzazione della tecnologia, che daranno vita a un ricco filone fantascientifico sia letterario che cinematografico che ha successo ancora oggi, dopo più di un secolo.
Josef e Karel ČapeK e l’invenzione della parola “robot”
«Ehi, Josef,» esordì l’autore «mi è venuta un’idea per un’opera».
«Che idea?» bofonchiò il pittore (e bofonchiò davvero, visto che teneva tra le labbra un pennello). L’autore gliela spiegò nel modo più conciso possibile.
«E allora scrivila» ribatté il pittore, senza smettere di lavorare alla tela, col pennello ancora in bocca. la sua indifferenza era quasi offensiva.
«È che non so come chiamarli, gli operai artificiali,» continuò l’autore «avevo pensato a labor, ma mi sembra un po’ troppo libresco».
«E allora chiamali robot» borbottò il pittore con il pennello tra le labbra, continuando a dipingere.
E così fu. Ecco dunque in che modo è nata la parola robot; che sia quindi attribuita al suo reale inventore.
Josef e Karel ČapeK e l’invenzione della parola “robot”
«Ehi, Josef,» esordì l’autore «mi è venuta un’idea per un’opera».
«Che idea?» bofonchiò il pittore (e bofonchiò davvero, visto che teneva tra le labbra un pennello). L’autore gliela spiegò nel modo più conciso possibile.
«E allora scrivila» ribatté il pittore, senza smettere di lavorare alla tela, col pennello ancora in bocca. la sua indifferenza era quasi offensiva.
«È che non so come chiamarli, gli operai artificiali,» continuò l’autore «avevo pensato a labor, ma mi sembra un po’ troppo libresco».
«E allora chiamali robot» borbottò il pittore con il pennello tra le labbra, continuando a dipingere.
E così fu. Ecco dunque in che modo è nata la parola robot; che sia quindi attribuita al suo reale inventore.
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