Genitori al lavoro. L’arte di integrare figli, lavoro, vita
di Laura Girelli, Adele Mapelli
goWare & Guerini Next · 2016
Descrizione
Tre punti di vista distinti e convergenti per cercare di comporre in un insieme armonico figli, lavoro e vita personale: madri, padri e aziende vengono accompagnati a riflettere su nuovi modelli possibili di gestione del work-life balance con uno sguardo multidisciplinare, tra comportamento organizzativo, psicologia e management.
Da un lato, infatti, il ruolo materno ha un grado di complessità sconosciuto alle generazioni precedenti: la scelta di diventare madri e, in parallelo, continuare nel proprio impegno professionale si scontra ancora con il duplice dogma per cui «se sei una brava madre non dovresti lavorare» e «se vuoi lavorare bene non dovresti essere madre». Legittimare nelle donne la loro ambivalenza verso i vari ruoli e verso la fatica stessa della conciliazione significa porre le premesse più solide perché l’esperienza della maternità si traduca in una ri-nascita positiva a se stesse, alla relazione genitoriale e al ruolo professionale.
Contemporaneamente, anche in Italia, stanno comparendo sulla scena i «nuovi padri», che rivendicano un ruolo attivo fin dalla sala parto. Questo coinvolgimento affettivo, operativo e concreto nella vita dei figli piccoli pone la necessità di una revisione di modelli sia familiari, sia aziendali. Per le organizzazioni lavorative si tratta di guardare alla genitorialità con uno sguardo più ampio che non solo contempli le neo-madri in congedo, ma coinvolga padri e genitori che vogliono essere più presenti nella vita dei figli. Siamo ancora di fronte ad un aut-aut tra carriera e figli? Qual è il prezzo che le aziende e le lavoratrici si trovano a pagare per affrontare la maternità? È possibile gestire la genitorialità come un evento in grado di generare benefici sia per i lavoratori sia per le organizzazioni?
Da un lato, infatti, il ruolo materno ha un grado di complessità sconosciuto alle generazioni precedenti: la scelta di diventare madri e, in parallelo, continuare nel proprio impegno professionale si scontra ancora con il duplice dogma per cui «se sei una brava madre non dovresti lavorare» e «se vuoi lavorare bene non dovresti essere madre». Legittimare nelle donne la loro ambivalenza verso i vari ruoli e verso la fatica stessa della conciliazione significa porre le premesse più solide perché l’esperienza della maternità si traduca in una ri-nascita positiva a se stesse, alla relazione genitoriale e al ruolo professionale.
Contemporaneamente, anche in Italia, stanno comparendo sulla scena i «nuovi padri», che rivendicano un ruolo attivo fin dalla sala parto. Questo coinvolgimento affettivo, operativo e concreto nella vita dei figli piccoli pone la necessità di una revisione di modelli sia familiari, sia aziendali. Per le organizzazioni lavorative si tratta di guardare alla genitorialità con uno sguardo più ampio che non solo contempli le neo-madri in congedo, ma coinvolga padri e genitori che vogliono essere più presenti nella vita dei figli. Siamo ancora di fronte ad un aut-aut tra carriera e figli? Qual è il prezzo che le aziende e le lavoratrici si trovano a pagare per affrontare la maternità? È possibile gestire la genitorialità come un evento in grado di generare benefici sia per i lavoratori sia per le organizzazioni?
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