Teorie del ciclo economico. Il dibattito macroeconomico moderno su instabilità ed equilibrio
Società Editrice Esculapio · 2020
Descrizione
Il fenomeno dell’instabilità dell’economia nell’aggregato (cioè di un intero paese) era noto e osservato sin dai primordi dell’era industriale nel XVIII secolo, epoca in cui è nata la scienza economica moderna. I primi grandi economisti del periodo classico dell’analisi economica, come Adam Smith, David Ricardo e Karl Marx, avevano dedicato parte delle loro ricerche al fenomeno delle crisi economiche generalizzate. In particolare Marx aveva dedicato alcune sezioni della sua opera principale – il Capitale – allo studio dei meccanismi di crisi delle economie capitalistiche; aveva messo in luce la natura inevitabile di tali crisi ricorrenti (legandole al funzionamento specifico dell’economia industriale); ne aveva proposto una tassonomia (crisi dovute alla sovraccumulazione di beni capitali, crisi dovute al sottoconsumo, o alle “sproporzioni” tra i vari settori produttivi in cui si articola il sistema economico); e infine le aveva anche collocate nella più generale tendenza di lungo termine delle economie capitalistiche a sperimentare una caduta del saggio generale di profitto. Nel complesso però gli economisti classici non avevano approfondito molto la questione. Gli interessi di questi pensatori si concentravano principalmente sulla ricerca di una teoria generale del valore (cioè dell’origine dei prezzi dei beni) e sull’analisi dell’andamento di lungo termine delle economie industriali (il campo di ricerca che oggi chiamiamo teoria della crescita e dello sviluppo economico). E soprattutto gli economisti classici – con l’eccezione forse di Marx – non avevano adeguatamente enfatizzato un aspetto fondamentale dell’instabilità delle economie capitaliste: il fatto che le crisi fossero ricorrenti e in qualche maniera periodiche. Intorno alla metà dell’800 (tra il 1830 e il 1860) questo aspetto dell’andamento dell’attività economica viene notato, e gli osservatori economici incominciano a parlare di “ciclo degli affari” come di una successione di fasi di espansione e contrazione.
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