Conosci te stesso
di René Guénon
Edizioni Aurora Boreale · 2022
Descrizione
Lo studio di René Guénon Conosci te stesso (Connais-toi toi-même) venne originariamente pubblicato in lingua Araba sulla rivista El-Maarifah nel Maggio 1931, venendo poi ripreso da Études Traditionnelles sul numero 290 del Marzo 1951, due mesi dopo la morte del grande intellettuale, filosofo, esoterista, iniziato e mistico francese al Cairo, in Egitto.
In Conosci te stesso, Guénon affronta la celebre massima gnōthi sautón (γνῶθι σαυτόν, in Latino nosce te ipsum) che era riportata sulla facciata del Tempio di Apollo a Delfi, analizzandola e interpretandola in tutti i suoi molteplici aspetti e significati. Poco importa se Antistene la attribuì al filosofo e matematico Talete, se sia stata ideata da uno dei Sette Savi, come ipotizzò Porfirio, o se sia stata pronunciata dall’Oracolo delfico (e quindi attribuita ad Apollo stesso) in risposta a un quesito di Chilone, come riferiscono altri autori. Essa rispecchia una sapienza antichissima, che si perde nella notte dei tempi, una Sophia iniziatica che venne incarnata da Giamblico, Proclo, Plotino, Plutarco, Platone, Socrate e, prima ancora, da Parmenide, Pitagora e dalle massime guide spirituali e sacerdotali di Eleusi, il Temenos dell’Umanità. Si tratta quindi di una massima che, come osserva Guénon, non può essere interpretata esclusivamente da un punto di vista filosofico, poiché così, come il mezzo non può essere preso per un fine, l’amore per la saggezza non può costituire la stessa saggezza. E poiché la saggezza è di per sé identica alla vera conoscenza interiore, si può dire che la conoscenza filosofica non sia che una conoscenza superficiale ed esteriore. Essa non ha dunque in sé e per sé un valore proprio, ma costituisce solamente un primo grado nella via della Conoscenza superiore e vera che è la Sapienza, la Sophia Perennis.
In Conosci te stesso, Guénon affronta la celebre massima gnōthi sautón (γνῶθι σαυτόν, in Latino nosce te ipsum) che era riportata sulla facciata del Tempio di Apollo a Delfi, analizzandola e interpretandola in tutti i suoi molteplici aspetti e significati. Poco importa se Antistene la attribuì al filosofo e matematico Talete, se sia stata ideata da uno dei Sette Savi, come ipotizzò Porfirio, o se sia stata pronunciata dall’Oracolo delfico (e quindi attribuita ad Apollo stesso) in risposta a un quesito di Chilone, come riferiscono altri autori. Essa rispecchia una sapienza antichissima, che si perde nella notte dei tempi, una Sophia iniziatica che venne incarnata da Giamblico, Proclo, Plotino, Plutarco, Platone, Socrate e, prima ancora, da Parmenide, Pitagora e dalle massime guide spirituali e sacerdotali di Eleusi, il Temenos dell’Umanità. Si tratta quindi di una massima che, come osserva Guénon, non può essere interpretata esclusivamente da un punto di vista filosofico, poiché così, come il mezzo non può essere preso per un fine, l’amore per la saggezza non può costituire la stessa saggezza. E poiché la saggezza è di per sé identica alla vera conoscenza interiore, si può dire che la conoscenza filosofica non sia che una conoscenza superficiale ed esteriore. Essa non ha dunque in sé e per sé un valore proprio, ma costituisce solamente un primo grado nella via della Conoscenza superiore e vera che è la Sapienza, la Sophia Perennis.
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