Autoritratto di un semiotico

di Peeter Torop

Bruno Osimo · 2025

Descrizione

Che cosa ci dicono i disegni di uno studioso? E se quegli scarabocchi, quei volti caricaturali, quelle figure ironiche fossero in realtà una forma di autobiografia? Autoritratto di un semiotico esplora un aspetto poco conosciuto ma straordinariamente ricco dell’opera di Jurij M. Lotman: i suoi 169 autoritratti, conservati nell’archivio di Tartu e qui interpretati da Peeter Torop come un discorso interno che si fa testo.
Lotman, fondatore della scuola semiotica di Tartu-Mosca e una delle figure più influenti delle scienze umane del Novecento, non è stato solo un grande teorico della cultura. È stato anche un disegnatore instancabile, capace di usare l’autoritratto come strumento di autoanalisi, autoironia e autoterapia. Nei suoi fogli — lettere, appunti, dediche, biglietti di auguri — Lotman si rappresenta ora come un uccello, ora come un cane, ora come un Cristo circondato da simboli del lavoro accademico. Sono immagini che, prese singolarmente, possono sembrare caricature; messe insieme, compongono una automitologia e una biografia privata che nessuna autobiografia ufficiale avrebbe potuto restituire.
Peeter Torop, successore di Lotman alla guida del dipartimento di semiotica di Tartu, applica qui il concetto di discorso interno elaborato da Lev Vygotskij: quel linguaggio mentale continuo, non discreto, che sta alla base della creatività e dell’autoconsapevolezza. Gli autoritratti di Lotman sono per Torop la manifestazione visiva di questo discorso: un flusso di immagini che Lotman ha prodotto per sé stesso, ma che oggi possiamo leggere come un testo, anzi come il testo più intimo della sua vita.
Attraverso un’analisi che intreccia semiotica, teoria dell’autobiografia, mitopoietica e storia della cultura, Torop ci guida in un percorso inedito: dagli autoritratti giovanili a quelli della maturità, dalla rappresentazione del sé come poeta (sul modello di Puškin) alle vignette sulla stanchezza, sul lavoro, sulla famiglia. E ci mostra come, in Lotman, l’autoironia sia stata una forma di resistenza intellettuale e di cura di sé, un modo per affrontare le difficoltà della vita sovietica senza perdere l’allegria interiore.
Il volume è arricchito da una prefazione di Bruno Osimo che chiarisce il legame tra discorso interno, traduzione e semiotica della cultura, e da un apparato di note che rende accessibili anche i riferimenti più tecnici. La traduzione dall’inglese e dal russo è curata con attenzione filologica, nel rispetto della terminologia lotmaniana.
Perché leggere questo libro
  • Per scoprire un Lotman intimo e inedito, lontano dall’immagine solo accademica dello studioso.
  • Per capire come il disegno possa diventare una forma di pensiero e di autobiografia.
  • Per riflettere sul rapporto tra discorso interno, creatività e identità.
  • Per chi studia semiotica, cultura russa, storia delle idee, arte e scienze cognitive.
  • Per chi ha amato Il testo che pensa e vuole conoscere l’uomo dietro la teoria.
Dello stesso editore
Il volume fa parte della serie Semiotica, che comprende opere di Lotman, Peirce, Vygotskij, Torop e altri protagonisti delle scienze umane. Tra gli altri titoli: La mente come traduzione di Charles S. Peirce, Il testo che pensa di Jurij Lotman, Il testo nel testo di Jurij Lotman, La semiotica della cultura di Peeter Torop.
Il concetto di «discorso interno» (in russo vnutrennââ reč’) fu elaborato dallo psicologo russo Lev Vygotskij negli anni Trenta. La caratteristica più saliente di questo linguaggio interno, dal punto di vista di un traduttore, è che è continuo, e non discreto come il linguaggio verbale.
Mentre il linguaggio verbale è scomponibile in unità minime – le lettere – e quindi in un certo senso è formato da entità prefabbricate, il linguaggio mentale interno non è scomponibile, ma è percepito come qualcosa di «continuo».
Il “colpo d’occhio” che abbiamo quando guardiamo anche solo per un secondo un paesaggio o un quadro è possibile grazie al linguaggio interno, con quello discreto non sarebbe possibile.
I due emisferi cerebrali sono diversi: uno è continuo, l’altro discreto. Lotman ci dice che la reciproca intraducibilità tra i due emisferi – l’impossibilità per l’emisfero destro di capire del tutto l’emisfero sinistro e viceversa – sta alla base della creazione di senso.
Qui Torop, successore di Lotman  a capo del mitico dipartimento di semiotica di Tartu, usa a modo suo il concetto di “discorso interno” applicandolo alla sequenza degli autoritratti di Lotman, e ne ricava una sorta di sintetica autobiografia reinterpretata. 
È un esperimento molto ben riuscito. Ne abbiamo preparato una versione italiana, certo che troverà riscontro presso il pubblico italofono.
 

Informazioni editoriali

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