Dal Politichese al Webetismo
Edizioni Universitarie Romane · 2025
Descrizione
Il saggio Dal Politichese al Webetismo porta con sé la ricostruzione del processo storico che ha lentamente ma inesorabilmente svuotato l’istituzione scolastica e i suoi docenti da quel valore politico e paradigmatico di educare i cittadini.
La scuola italiana, un tempo sola agenzia di formazione e di controllo della crescita culturale, si era resa l’unica protagonista dei cambiamenti sociali che spingevano l’azione politica tesa a costruire il cittadino, a volte in modo anche inconsapevole come accaduto, per esempio, con la stagione sessantottina – l’Autore li chiama “effetti perversi”.
Con la proliferazione delle televisioni private, il processo di spossessamento delle proprie funzioni di controllo educativo subìto dalla scuola ha mutato il corso degli eventi sociostorici; a dispetto dei programmi di educazione civica che si sono affastellati da Moro in poi e che vengono nel saggio analizzati, l’educazione alla cittadinanza è stata portata avanti dai partiti politici che hanno incominciato a usare le strategie della televisione commerciale per carpire il consenso degli elettori, in contrapposizione al modello educativo scolastico; una strategia che si è dilatata in modo esponenziale col passaggio al digitale; adesso, l’educazione politica viene realizzata dai social media, con la comunicazione dell’esponente politico di turno trasformatosi in influencer.
L’autore parla delle vicende italiane sottintendendo che il processo logico è ovviamente analogo per tutte le realtà sociali, non solo in occidente.
Dismessa ogni ideologia già dall’89, i progetti politici non assumono più una veste collettivizzante poiché ogni partito promette di realizzare il progetto dell’individuo, creando la parcellizzazione dell’elettorato: Tenerelli denuncia questo meccanismo che produce le “bolle di cittadinanza” e ne ravvisa il pericolo poiché è destinato a ricondurre il sistema statuale verso quella guerra civile a bassa intensità che ha avuto la sua rappresentazione più eclatante con l’insurrezione di Capital Hill.
Ogni partito produce il proprio elettorato di webeti rinfocolando la presunzione del singolo possessore di smartphone di essere significativo con i propri speech, di poter portare avanti le proprie istanze anche se aberranti, razziste o antiscientifiche che siano, e di vedersele rappresentate in un movimento politico.
In questo meccanismo la scuola, assieme alla formazione valoriale e costituzionale che ha sempre reiterato per la formazione dei giovani, sembra destinata a soccombere: appare chiaro che non riesca più a dettare i tempi di una educazione alla cittadinanza, malgrado l’introduzione del voto in educazione civica!
Eppure, il sistema scolastico può mantenere la propria centralità istituzionale e ricostruire le sue prerogative aiutando le nuove generazioni a comprendere i meccanismi perversi dei sistemi di comunicazione, il condizionamento politicamente fuorviante dei socialmedia, insegnando a riconoscere le false notizie del web scientemente pubblicate per dividere la cittadinanza; la scuola deve diventare difensiva, impedendo che la società massmedializzata si trasformi dall’osannato villaggio globale in un divisivo “villaggio tribale”.
La scuola italiana, un tempo sola agenzia di formazione e di controllo della crescita culturale, si era resa l’unica protagonista dei cambiamenti sociali che spingevano l’azione politica tesa a costruire il cittadino, a volte in modo anche inconsapevole come accaduto, per esempio, con la stagione sessantottina – l’Autore li chiama “effetti perversi”.
Con la proliferazione delle televisioni private, il processo di spossessamento delle proprie funzioni di controllo educativo subìto dalla scuola ha mutato il corso degli eventi sociostorici; a dispetto dei programmi di educazione civica che si sono affastellati da Moro in poi e che vengono nel saggio analizzati, l’educazione alla cittadinanza è stata portata avanti dai partiti politici che hanno incominciato a usare le strategie della televisione commerciale per carpire il consenso degli elettori, in contrapposizione al modello educativo scolastico; una strategia che si è dilatata in modo esponenziale col passaggio al digitale; adesso, l’educazione politica viene realizzata dai social media, con la comunicazione dell’esponente politico di turno trasformatosi in influencer.
L’autore parla delle vicende italiane sottintendendo che il processo logico è ovviamente analogo per tutte le realtà sociali, non solo in occidente.
Dismessa ogni ideologia già dall’89, i progetti politici non assumono più una veste collettivizzante poiché ogni partito promette di realizzare il progetto dell’individuo, creando la parcellizzazione dell’elettorato: Tenerelli denuncia questo meccanismo che produce le “bolle di cittadinanza” e ne ravvisa il pericolo poiché è destinato a ricondurre il sistema statuale verso quella guerra civile a bassa intensità che ha avuto la sua rappresentazione più eclatante con l’insurrezione di Capital Hill.
Ogni partito produce il proprio elettorato di webeti rinfocolando la presunzione del singolo possessore di smartphone di essere significativo con i propri speech, di poter portare avanti le proprie istanze anche se aberranti, razziste o antiscientifiche che siano, e di vedersele rappresentate in un movimento politico.
In questo meccanismo la scuola, assieme alla formazione valoriale e costituzionale che ha sempre reiterato per la formazione dei giovani, sembra destinata a soccombere: appare chiaro che non riesca più a dettare i tempi di una educazione alla cittadinanza, malgrado l’introduzione del voto in educazione civica!
Eppure, il sistema scolastico può mantenere la propria centralità istituzionale e ricostruire le sue prerogative aiutando le nuove generazioni a comprendere i meccanismi perversi dei sistemi di comunicazione, il condizionamento politicamente fuorviante dei socialmedia, insegnando a riconoscere le false notizie del web scientemente pubblicate per dividere la cittadinanza; la scuola deve diventare difensiva, impedendo che la società massmedializzata si trasformi dall’osannato villaggio globale in un divisivo “villaggio tribale”.
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