Una lunga penna nera
di Alfio Caruso
Diarkos · 2024
Descrizione
La prima medaglia d’oro è del 1896 in Africa, ad Adua, al capitano Pietro Cella, che si sacrifica per proteggere la ritirata dei suoi da Monte Raio. L’ultima, in attesa della prossima, ad Andrea Adorno, caporalmaggiore del Monte Cervino: nel 2010, dentro la valle del Murghab, ovest dell’Afghanistan, protegge a meraviglia con la sua arma, benché ferito, i commilitoni avanzanti tra le casupole del villaggio di Bozbai alla ricerca dei talebani. In questi due episodi è racchiusa la storia degli alpini fondati nel 1872 con tre padri, che si contendono il merito. E’ il corpo specialistico che mai tradisce in guerra e in pace: il più popolare, il più amato, quello in cui l’Italia si specchia sapendo di poter contare sul coraggio e sulla dedizione delle penne nere.
Ogni borgo un plotone, ogni valle una compagnia, gli alpini c’erano nella scriteriata campagna africana di fine Ottocento e c’erano in Libia nel 1912. Sono stati i silenziosi protagonisti della prima guerra mondiale dall’Ortigara al Carso, sottoposti a carneficine, che non ne hanno intaccato il morale e anche nei giorni di Caporetto sono stati gli ultimi a mollare. Hanno partecipato all’invasione dell’Etiopia e hanno scritto pagine leggendarie in Unione Sovietica, dove la cecità di Mussolini li mandò a presidiare il Don dotandoli di scarponcelli, che al primo gelo si sfaldarono. Impegnati nella più clamorosa avanzata all’indietro della Storia i resti della Julia, della Tridentina e della Cuneense affrontano dal 17 al 31 gennaio ’43 un calvario a -40°, -45° con una serie infinita di scontri fino allo sfondamento conclusivo di Nikolaevka.
Dei 57mila alpini ne tornano a baita poco più di 15mila e molti di loro riprendono la via della montagna per combattere nei venti mesi di guerra civile i nazifascisti. Sono altri sacrifici, altro dolore, altri esempi di amor patrio. Lo stesso che in tempo di pace dimostrano con i soccorsi nelle catastrofi, che colpiscono il Paese.
Ogni borgo un plotone, ogni valle una compagnia, gli alpini c’erano nella scriteriata campagna africana di fine Ottocento e c’erano in Libia nel 1912. Sono stati i silenziosi protagonisti della prima guerra mondiale dall’Ortigara al Carso, sottoposti a carneficine, che non ne hanno intaccato il morale e anche nei giorni di Caporetto sono stati gli ultimi a mollare. Hanno partecipato all’invasione dell’Etiopia e hanno scritto pagine leggendarie in Unione Sovietica, dove la cecità di Mussolini li mandò a presidiare il Don dotandoli di scarponcelli, che al primo gelo si sfaldarono. Impegnati nella più clamorosa avanzata all’indietro della Storia i resti della Julia, della Tridentina e della Cuneense affrontano dal 17 al 31 gennaio ’43 un calvario a -40°, -45° con una serie infinita di scontri fino allo sfondamento conclusivo di Nikolaevka.
Dei 57mila alpini ne tornano a baita poco più di 15mila e molti di loro riprendono la via della montagna per combattere nei venti mesi di guerra civile i nazifascisti. Sono altri sacrifici, altro dolore, altri esempi di amor patrio. Lo stesso che in tempo di pace dimostrano con i soccorsi nelle catastrofi, che colpiscono il Paese.
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